A.C. 2754-A
Grazie, Presidente. Colleghe, colleghi, Sottosegretario onorevole Rauti, la discussione odierna sulla conversione in legge del decreto 31 dicembre 2025, n. 201, avviene mentre l'Europa e il mondo sono attraversati da un intreccio di guerre, crisi umanitarie e tensioni geopolitiche, che interpellano in profondità la credibilità delle democrazie e delle loro scelte.
Questo provvedimento - che proroga l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore dell'Ucraina, rinnova i permessi di soggiorno per i cittadini ucraini nel nostro Paese e introduce misure specifiche per la sicurezza dei giornalisti freelance - non è un semplice atto tecnico: è una scelta politica che dice da che parte sta l'Italia.
Noi, come Partito Democratico - il Sottosegretario lo sa bene -, lo diciamo, lo abbiamo sempre detto con chiarezza: stare dalla parte dell'Ucraina significa stare dalla parte del diritto internazionale contro la legge del più forte, dalla parte delle vittime contro gli aggressori, dalla parte di un'Europa che vuole essere soggetto politico e non campo di battaglia delle ambizioni altrui. Viviamo in un tempo in cui la guerra in Ucraina si intreccia con il conflitto in Medio Oriente, con le crescenti tensioni in altre aree del mondo, con una competizione tra potenze che investe anche gli spazi artici, i corridoi energetici, i mari strategici.
In questo contesto le parole di chi, anche ai vertici delle grandi potenze, teorizza apertamente il ritorno alla politica di potenza e alla logica delle sfere di influenza non sono semplici provocazioni: sono, semmai, il segno di un'offensiva culturale e politica contro l'ordine multilaterale fondato sulle regole che il secondo dopoguerra aveva faticosamente costruito.
In più di un'analisi internazionale emerge poi la preoccupazione per un mondo sempre più frammentato, dove le Nazioni Unite sono paralizzate, il sistema di regole contestato, dove il ricorso alla forza unilaterale sembra essere l'unico strumento di politica estera. Bene, di fronte a questo scenario, l'Italia non può permettersi l'illusione di un equilibrismo ambiguo: deve scegliere con nettezza se stare nel campo di chi difende le regole o nel cono d'ombra di chi le relativizza, in nome di convenienze magari momentanee.
Noi non abbiamo dubbi, ripeto: stare con l'Ucraina significa stare dalla parte di un popolo che è stato aggredito, che ha visto bombardate le proprie città, deportati i propri bambini, colpite le proprie infrastrutture civili, ma che ha deciso di non cedere alla logica della resa; significa anche dire che l'Europa non è solo un mercato, ma una comunità di destino che si misura sulla capacità di proteggere la pace e la sicurezza nel nostro continente.
Bene, il nostro impegno è quindi per un sostegno militare difensivo e per la responsabilità europea.
L'articolo 1 - è stato ricordato dalla collega - proroga fino al 31 dicembre 2026 l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari all'Ucraina, con una priorità chiara per quelli logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei e missilistici, con droni e cibernetici: è un passaggio importante, questo. Il Parlamento ribadisce la scelta di sostenere l'Ucraina sul terreno della legittima difesa, ma lo fa precisando che il baricentro del nostro contributo è la protezione: la protezione delle persone, delle città, delle infrastrutture vitali.
Ed è bene ricordare che questa proroga si innesta su una serie di atti parlamentari e governativi: dal 2022 ad oggi, la Camera e il Senato hanno approvato risoluzioni che impegnano l'Italia a proseguire il sostegno militare all'Ucraina, mentre ben 12 decreti del Ministero della Difesa hanno definito, in concerto con il Ministero degli Affari esteri e della cooperazione sociale e il Ministero dell'Economia e delle finanze, i pacchetti di assistenza. Non siamo, quindi, di fronte a uno strappo, semmai alla continuità di una strategia che il nostro Paese ha condiviso con i partner europei e dell'Alleanza atlantica.
E qui il punto politico, semmai, è un altro: mentre l'Unione europea, con il Consiglio europeo del dicembre 2025, ha confermato che non devono esserci negoziati sull'Ucraina senza l'Ucraina e che la pace dovrà rispettare integrità territoriale e sovranità, nel dibattito internazionale cominciano ad affacciarsi sempre più spesso proposte che tendono a scavalcare Kiev e l'Europa, riducendo il futuro dell'Ucraina a un oggetto di scambio tra le grandi potenze, e noi non accettiamo questo schema.
E diciamo al Governo, al Governo Meloni, che non si può essere credibili in Europa se, da un lato, si sottoscrivono impegni nel vertice di Berlino, nel vertice di Parigi, e, dall'altro, si alimentano nella maggioranza pulsioni filo-putiniane e pulsioni sovraniste che indeboliscono la posizione unitaria dell'Unione.
Il Ministro della Difesa può anche venire in Aula, come ha spesso fatto, a ribadire - giustamente, aggiungiamo noi - la necessità di sostenere l'Ucraina, ma se, contemporaneamente, pezzi della sua stessa maggioranza organizzano flash mob contro gli aiuti a Kiev o strizzano l'occhio a che considera la Russia un modello, allora il messaggio che esce dall'Italia è un messaggio di confusione e di ambiguità.
In un mondo in cui perfino gli alleati più stretti dell'Europa oscillano tra volontà di disimpegno e tentazioni di accordi bilaterali con Mosca, noi dovremmo essere, più che mai, il motore di un'Europa che tiene il punto e non un fattore di indebolimento. Vogliamo inoltre, con questo decreto, garantire accoglienza, protezione, protezione speciale, in una visione umanitaria.
Questo lo dice il comma 2 dell'articolo 1, che proroga fino al 4 marzo 2027 i permessi di soggiorno per protezione speciale rilasciati ai cittadini ucraini presenti in Italia prima del 24 febbraio 2022, conformemente alla decisione europea che ha esteso fino alla stessa data il regime di protezione temporanea. Questo è un atto che noi consideriamo di grande civiltà, ma anche di coerenza, direi di coerenza con lo stesso magistero che, non da oggi, ci arriva da una piazza qua vicino, da piazza San Pietro. Ricordiamoci la voce che in questi anni, con Papa Francesco, ha insistito su un punto semplice ma radicale: non esistono i profughi di serie A e i profughi di serie B; ogni persona costretta a fuggire dalla guerra porta con sé un pezzo anche della nostra responsabilità.
Ed è un fatto dimostrato quotidianamente da storie di famiglie ucraine accolte nelle nostre parrocchie, nei centri diocesani e nei percorsi di integrazione, dove la protezione giuridica è solo il primo passo e il resto lo fanno la scuola, il lavoro, le relazioni sociali. Ecco, anche con questo decreto, l'Italia dice a queste persone: non siete sospese nel limbo, per i prossimi anni avrete un titolo di soggiorno che vi consentirà di continuare a lavorare, studiare, curarvi, costruire relazioni. È esattamente l'opposto di quella retorica dell'emergenza permanente che vede nel rifugiato solo una minaccia e un problema da contenere.
È la traduzione normativa di una cultura dell'accoglienza che fa parte della nostra Costituzione, della nostra storia e, permettetemi di dire, anche della nostra tradizione di umanesimo e solidarietà. E qui la contraddizione politica della maggioranza che sostiene il Governo rischia, però, di essere evidente. Quando c'è da farsi fotografare ai confini, parlando di difesa dell'Occidente, siete sempre in prima fila; quando c'è da fare i conti, però, concretamente con l'accoglienza dei rifugiati, dei rifugiati ucraini, dei rifugiati che arrivano da tutto il mondo con l'integrazione nelle nostre comunità, allora sì che emergono i limiti, le paure e i messaggi ambigui verso chi alimenta la cultura del rifiuto.
E noi diciamo, invece, che difendere l'Ucraina significa anche difendere la dignità di ogni ucraino che vive oggi nel nostro Paese, direi di ogni rifugiato che vive nel nostro Paese. E in questo senso il collegamento tra la proroga dei permessi e la proroga degli aiuti militari è profondamente politico. Sicurezza e diritti vanno, infatti, insieme, non sono antitetici, e noi vogliamo maggiori garanzie - e questo lo dice sempre il decreto di cui stiamo discutendo - per i giornalisti, per i giornalisti freelance, in particolare: più attenzione per il diritto all'informazione e più responsabilità per i loro editori.
L'articolo 2 del decreto interviene, infatti, su un fronte, su questo fronte spesso trascurato, ma decisivo: la sicurezza dei giornalisti freelance che lavorano in aree di guerra o ad alto rischio di conflitto. Bene, questa norma stabilisce che debbano essere formati sui temi della sicurezza e dotati di copertura assicurativa adeguata a carico degli editori, con un contributo sperimentale per lo Stato per il 2026 finanziato attraverso il Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione. E in questi anni abbiamo potuto conoscere e capire proprio quanto sia stato decisivo il lavoro di tanti cronisti, spesso freelance, appunto, per fare emergere le violazioni dei diritti umani: i bombardamenti sugli ospedali, le scuole, le infrastrutture civili, le storie dei profughi e i volti delle vittime.
Ecco, senza di loro il rischio sarebbe quello di una guerra raccontata solo dai bollettini degli Stati maggiori o dalla propaganda delle parti in causa. Eppure, proprio questi giornalisti sono spesso i più esposti con contratti precari, compensi bassi, assenza di informazione e di assicurazioni adeguate. Con questa norma il Parlamento, il nostro Parlamento, manda un messaggio chiaro anche al mondo dell'informazione: non è più accettabile che la libertà di stampa si regga sul sacrificio individuale, quasi eroico, di professionisti spesso lasciati soli di fronte ai rischi estremi del loro lavoro. In un momento storico in cui l'informazione è sotto attacco da parte di regimi autoritari, di campagne di disinformazione e di manipolazioni organizzate il sostegno concreto a chi racconta la guerra dal campo è un investimento nella qualità democratica del nostro Paese.
Non è un favore agli editori, è, semmai, una presa di posizione a tutela del diritto dei cittadini a essere informati in modo libero, pluralista e sicuro. Ecco, colleghi, Sottosegretario, Presidente, questo decreto ci offre anche un'occasione per misurare la coerenza della politica rispetto alla guerra in Ucraina e il Partito Democratico, dall'inizio della guerra, ha scelto una linea chiara, lo ribadiamo ancora una volta: il sostegno all'Ucraina deve essere scevro di ambiguità, deve rimanere nel quadro europeo Atlantico, nel quadro della difesa del diritto internazionale e di un impegno per una pace giusta e non per una resa mascherata.
Abbiamo votato tutti i decreti di proroga degli aiuti, abbiamo sostenuto l'accoglienza dei rifugiati e abbiamo chiesto con forza più Europa, più iniziativa diplomatica, più strumenti per la ricostruzione. La maggioranza mi pare che, invece, viva una contraddizione più profonda: da un lato, in sede governativa si riconosce, soprattutto dalle parole del Ministro Crosetto, che la Russia ha intensificato gli attacchi, che l'Ucraina ha diritto alla legittima difesa, che l'Europa deve rimanere unita; dall'altro, però, pezzi significativi della stessa maggioranza continuano a parlare la lingua della propaganda russa, a mettere in discussione gli aiuti, a partecipare a iniziative di piazza contro l'Ucraina, a coltivare rapporti politici e culturali con chi in Europa lavora per indebolire l'Unione. E in più, l'attuale Governo ha scelto una linea, permettetemi di dire, di una certa subalternità rispetto alle oscillazioni della Casa Bianca o anche alle ambiguità di chi, negli Stati Uniti in particolare, immagina un'Europa come una periferia geopolitica da gestire in chiave transnazionale.
Si corteggiano leader che non nascondono la loro ostilità per l'Unione europea, si alimenta l'illusione che basti un rapporto personale per garantire la sicurezza dell'Italia, si tenta di frenare ogni passo verso un'Europa più integrata anche in politica estera e di difesa. E noi diciamo, anche oggi, che questa è una strada pericolosa e miope. L'Europa non è un optional, è lo spazio politico minimo entro cui un Paese come l'Italia può sperare di contare qualcosa nei grandi giochi globali. Indebolire l'Europa, sabotarne le riforme, difendere il veto che spesso blocca le decisioni comuni non è un atto di patriottismo, ma è un regalo per chi, da Mosca o da altre capitali, sogna un'Europa divisa e impotente.
Bene, il nostro gruppo parlamentare, il nostro partito, invece, rivendica con orgoglio la propria coerenza in questo punto. Siamo stati sempre dalla parte dell'Ucraina, sempre dalla parte dell'Europa, sempre dalla parte di un ordine internazionale basato sulle regole e mai sulla forza, e continueremo ad esserlo, anche quando questa posizione non porterà a un consenso immediato, perché crediamo che sia la sola, l'unica all'altezza della storia e dei valori che la nostra Costituzione e la nostra cultura ci consegnano. Vorrei concludere, Presidente, ricordando che il nostro obiettivo non è la guerra, ma la pace: una pace giusta, però, e duratura.
Questo lo diciamo noi, lo dice il Partito Democratico, ma lo troviamo in parole diverse anche in tanti interventi nel mondo cattolico, nella sensibilità umanitaria che prevalentemente contraddistingue la nostra società. La pace, infatti, non è solo assenza di guerra, ma è presenza di giustizia, di diritti, di sicurezza condivisa. E per arrivare alla pace, però, non basta invocarla, bisogna costruire le condizioni concrete per arrivarci. Una di queste è proprio che l'Ucraina non venga travolta dalla superiorità militare dell'aggressore.
Un'altra è che i rifugiati siano protetti e non trasformati in vittime due volte. Un'altra ancora è che l'informazione resti libera e che i cronisti possano raccontare i fatti senza essere sacrificati all'indifferenza o al cinismo. Bene, questo decreto tiene insieme queste tre dimensioni, sostiene la difesa ucraina, protegge i rifugiati e tutela i giornalisti. Non è esaustivo, non risolve da solo la complessità della crisi, ma è un tassello importante di una politica estera di sicurezza, fondata sui valori e non sulle convenienze.
Per tutte queste ragioni, come Partito Democratico, confermiamo il nostro sostegno alla conversione in legge del decreto n. 201 del 2025 e lo facciamo sapendo che non si tratta di un atto neutro. È un sì all'Ucraina, un sì all'Europa, un sì al diritto internazionale, ma soprattutto un sì alla pace giusta contro la rassegnazione all'ordine del più forte.
Rammentiamo che sono qui presenti oggi, giornata di discussioni generali su vari provvedimenti, i deputati, i colleghi che svolgeranno le proprie relazioni su questi provvedimenti e, per conto del Governo, il Sottosegretario Isabella Rauti, che è qui con noi. Quindi, grazie per la vostra visita. Vi auguriamo ogni fortuna.